CORRIERE VINICOLO - SGOMITA OGGI, SGOMITA DOMANI..
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Trovarsi tra Brunello e Morellino, vista la stazza delle due Docg toscane, potrebbe essere, almeno apparentemente, non proprio un vantaggio. Qui a Montecucco però è sempre stata vissuta non solo come un’opportunità ma anche come un riconoscimento del proprio valore. “sulle potenzialità della zona e sulla possibilità di fare grandi vini non ci sono mai stati dubbi – sostiene Leonardo Salustri, titolare dell’omonima azienda agraria, che anche quest’anno ha ottenuto il massimo riconoscimento da ben quattro diverse guide. – Io sin dall’inizio ho avuto come obiettivo proporre un grande Montecucco Sangiovese identificabile grazie alle caratteristiche di acidità e di finezza dovute alla zona e in grado di invecchiare lungamente. La nostra zona nasce per essere un’area di elezione per il vino di qualità”.
E proprio per qualificare sempre più la denominazione, nel giugno scorso l’Assemblea del Consorzio ha approvato sia la proposta di modifica della Doc con l’introduzione del rosato e del Vinsanto ma soprattutto ha richiesto la Docg per il Montecucco Sangiovese. Per quest’ultimo la resa è stata abbassata a 70 qli/ha e l’immissione in commercio è stata posticipata al 1° aprile del secondo anno dalla vendemmia, mentre il tipo Riserva sempre alla medesima data però al terzo anno successivo al raccolto.
UNO SPICCHIO ILCINESE IN MAREMMA
La denominazione, situata tra le pendici del Monte Amiata e la Maremma, si estende nella parte più interna della provincia di Grosseto e abbraccia i comuni di Cinigiano, Civitella Paganico, Campagnatico, e parte dei territori di Castel del Piano, Arcidosso, Seggiano e Roccalbegna. Insomma se non fosse per il fiume Orcia che segna il confine, Montecucco sarebbe l’ideale prosecuzione del territorio montalcinese nel grossetano. Ma le similitudini non sono solo di carattere paesaggistico, perché anche qui il Sangiovese è il vitigno base. Anzi proprio la presenza del Sangiovese su entrambe le sponde del fiume ha creato le condizioni per una progressiva crescita degli impianti e soprattutto ha spinto le aziende di Montecucco a valorizzare in prima persona una produzione che risultava molto apprezzata.
all’inizio, quando la Doc fu promulgata nel 19998, la superficie vitata non superava i 150 ettari e le aziende imbottigliatrici erano appena sei. Oggi aderiscono al Consorzio di tutela 52 aziende, di cui circa 40 sono anche imbottigliatrici, su 100 in attività, mentre gli ettari sono diventati oltre 500 su una superficie vitata complessiva di quasi 800 ettari. “inizialmente, alla fine degli anni novanta, abbiamo goduto del trend positivo del mercato – racconta l’imprenditore italo svizzero Claudio Tipa (Collemassari Spa), Presidente del Consorzio di tutela, che nella zona ha investito in modo massiccio (nel 2008 la società Colle Massari ha bruciato sul filo di lana Berlusconi nell’acquisto della Tenuta di Montecucco, ndr) – ma a quel tempo non avevamo né vigneti né vino per poter conquistare un nostro spazio e far conoscere la nostra denominazione. Ci sono voluti sei sette anni e solo nel 2003/2004 abbiamo raggiunto una certa massa critica per soddisfare le richieste”.
RIPORTARE I TURISTI IN ZONA
Una crescita tutto sommato abbastanza veloce, seppure non comparabile a quella di altre aree toscane e maremmane, che oggi sconta uno scenario di fondo assai diverso. A Poggi del Sasso, frazione di Cinigiano, una delle località iù conosciute della Doc Montecucco, nel bare, nelle trattorie come negli agriturismo si rimpiangono i tempi andati quando, raccontano gli abitanti della zona, “anche nei viottoli più sperduti e scoscesi della nostra campagna trovavi macchine di turisti che andavano in giro. Adesso non s’incontra più nessuno, è come se fossimo indietro di vent’anni”. D’altra parte è un ricordo sbiadito quel periodo aureo in cui appassionati e turisti si presentavano in cantina sin dal primo mattino per fare acquisti.
Vasco Meiattini (Podere Macchialta), piccolo produttore a Castel del Piano, valuta con preoccupazione il calo della presenza turistica “Le Aziende in questi anni si sono caricate di spese e oggi per noi senza lo sfogo dei turisti tutto è diventato più difficile anche perché frumento, olio e miele no sono più redditizi”.
È uno dei segnali più evidenti delle difficoltà che attanagliano specialmente le piccole aziende. Non a caso si dibatte su un eccessivo ribasso praticato da qualche azienda in affanno con poche prospettive di mercato e i magazzini pieni. “sui prezzi – sintetizza Meiattini – siamo partiti uniti ma siamo arrivati sparpagliati”, mentre nella sede consortile sono in parecchi a osservare che “fa arte del mercato avere prezzi differenziati pur essendo nella stessa denominazione. Negli anni passati, in cui tutto sembrava possibile, eravamo arrivati a prezzi assurdi, ora siamo tornati alla normalità”.
IL BRAND TERRITORIALE
Con la crisi del 2008/2009 . dice Claudio Tipa- come Montecucco stiamo pagando il fatto di essere una Doc ancora poco conosciuta e affermata e quindi più esposta alla concorrenza. Però c’è da dire che nonostante la severità con cui giudichiamo la nostra popolarità, il mercato ci accetta molto di più di quanto solitamente ci riconosciamo. Infatti nessuno ha mai messo in dubbio la validità del nostro vino mentre è vero che dobbiamo continuare a lavorare sul nostro brand territoriale”. Le aziende se da una parte hanno molto investito nell’impianto e nell’innovamento dei vigneti, oltre che nella ristrutturazione e nell’ampliamento delle cantine, solo da relativamente poco tempo hanno iniziato a dedicarsi al marketing e alla promozione territoriale.
“La nostra azienda – dice Marco Monaci della Cantina Pieve Vecchia, una delle ultime ad aver investito nella zona – ha iniziato le attività nel 2003 e per questo siamo sul mercato solo da un paio d’anni. Uno dei nostri problemi quando siamo al’0estero è che bisogna sempre piegare dove è Montecucco e per farlo bisogna sempre dare come riferimento i vini importanti che ci stanno intorno. Problemi di localizzazione geografica a parte, c’è sempre più la necessità di affermare la nostra personalità indipendentemente dai nostri vicini più conosciuti”
“La forza della nostra filiera – gli risponde Giovan Battista Basile dell’omonima azienda biologica – è sempre stata la condivisione delle scelte di fondo, pur essendo la nostra un’area molto vasta con numerose sottozone. Ci rendiamo perfettamente conto però che oggi siamo in una fase di costruzione del marchio territoriale: non ci può essere spazio per i particolarismi.”
