IL MIO VINO - QUELLA CAMPAGNA UN PO’ DIVERSA

Scarica la rassegna stampa completa 

settembre 2010 (pag 70/73)

La doc toscana di Montecucco distribuita tara i colli che sembrano rotolati giù dalle pendici del Monte Amiata, comprende uno di quei territori vinicoli italiani che sembrano starsene defilati per anni, ma che in realtà sanno fare la politica dei piccoli passi, sono in grado di rivitalizzare se stessi grazie proprio alle capacità e alle passioni dei propri contadini, a loro volta bravi interpreti di un grande territorio agricolo. Basta fare un giro ampio tra le ondulate terre colorate d’oro e di verde – vasti campi di grano, boschi che sembrano voler proteggere le vigne, vallate ampie dove lo sguardo punta lontano – per trovare un bel pezzo di Toscana diverso dai territori confinanti in cui si fanno Brunello di Montalcino o Morellino di Scansano. Sarà mica che questa apparente lentezza del Montecucco sia dovuta proprio al fatto di trovarsi tra due fuochi, la Maremma scansanese e le famose colline del Brunello? La domanda la facciamo a Stefano Alessandri, che del suo territorio sa proprio tutto. È stato a lungo Presidente del Consorzio di Tutela del Montecucco Doc (ora ne è Vicepresidente, dopo aver lasciato il comando a Claudio Tipa), ha coltivato vigneti, dirige attività vitivinicole. Insomma uno che la storia della Doc e delle sue colline l’ha vissuta tutta e uno che soprattutto ha l’occhio giusto per vedere meglio di molti altri come potrebbe essere il futuro. “il fatto di essere tra due denominazioni importanti”, risponde Alessandri con una certa ironia,”in realtà ci ha molto giovato perché quando la gente del vino ci chiedeva: ma voi dove siete? Noi, anziché star lì a citare la Maremma interna, oppure qualcuno dei nostri comuni come Seggiano o Castel del Piano, sconosciuti se non si è mai passati per l’Amiata, tagliavamo corto dicendo: siamo in mezzo al Brunello e al Morellino. Così ci inquadravano subito”. “Qui da noi la vite c’è sempre stata, questo è un territorio etrusco per eccellenza”, continua Alessandri, “ma fino a non molti anni fa l’uva finiva per il vino di casa, o tutt’al più nelle cantine dei nostri vicini. Perché l’attività agricola predominante è sempre stata di altro genere. Così, con la crisi agricola generale e la contemporanea nascita delle prime industriette nei fondovalle, i giovani hanno fatto valigia, andando a lavorare oltre Orcia, come diciamo noi, anche nelle grandi cantine stesse, penso alla Banfi, per esempio. Qui le piccole vigne erano rimaste in mano agli anziani. Non c’era più forza lavoro specializzata, non c’erano i mezzi, non c’erano le persone con progetti lungimiranti. Noi crediamo che per fare il vino buono non basti l’uva buona, anche se è indiscutibilmente da questa che bisogna partire. Ci vogliono idee, tecnologia, cantine moderne. E poi promozione, distribuzione.. noi avevamo solo l’uva buona, perché è vero che agli anziani viticoltori gli stava passando la voglia ma è anche vero che in fatto di conoscenza di ogni singolo avvallamento, del trattamento naturale delle piante, del sapere come l’Amiata ed il mare vicino possono mutare le condizioni climatiche, nessuno meglio di loro poteva andare meglio. Insomma erano rimasti vigneti per lo più  vecchiotti ma in grande armonia con l’ambiente, quindi in grado di dare uve eccellenti. Così alla fine degli anni 90 un manipolo di piccoli produttori si sono detti, perché non proviamo a imbottigliare qualche vino con le nostre uve migliori? Uve come sangiovese, prima di tutto, ma anche ciliegiolo e canaiolo, e pure da vitigni locali quasi estinti, come il mammolo e il foglia tonda, oppure con vermentino e trebbiano.. il patrimonio viticolo non ci mancava di certo. Per fargliela breve, nel 1998, dopo essere scesi in campo in una ventina, ottenemmo la Doc. adesso, dopo 12 anni, di produttori nell’area ce ne sono circa 80. Alcuni, importanti, sono venuti da fuori, ma molti altri fanno parte di quella schiera dei giovani d’oltre-Orcia tornati a riprendere in mano e a rivitalizzare le mini aziende di famiglia. Di bottiglie ne produciamo circa 2 milioni, ma il potenziale è quasi il doppio, visto che la superficie vitata del territorio è di circa 800 ettari. E, per finire il quadro, stiamo puntando alla Docg, i passi burocratici necessari li abbiamo già fatti”.

SAPER DISTINGUERSI
I vini si fanno ancora prevalentemente con i vitigni appena citati, sangiovese in prima linea anche se qualche filare di syrah e merlot, per dire, non è così difficile incontrarlo. Ma sangiovese di qua, sangiovese di là, non è che uno si confonde e il vino alla lunga finisce con l’assomigliarsi? “Essendo venuti fuori tardi rispetto alle Denominazioni che ci circondano, abbiamo subito capito che non dovevamo metterci all’inseguimento, fatica improba, ma distinguerci. Usare il vermentino, per ottenere un prodotto capace di farsi riconoscere nel mazzo. Il fatto poi di essere assolutamente convinti che imitare qualcuno sarebbe stato controproducente e il fatto di partire quasi da zero con la produzioni in proprio, in sostanza ci ha favoriti. Così abbiamo trovato un obiettivo comune e ci siamo dati tutti da fare per cercare di raggiungerlo. Si discute, certo, ma si va avanti fino a trovare una strada condivisa da tutti. La strada del gran successo è ancora lunga, ma la stiamo percorrendo bene, la crescita costante dei numeri di produzione e di vendita, e di conseguenza di gradimento, sono sotto gli occhi di tutti. La crescita, come detto, è stata favorita da due elementi. Il primo è stato l’interesse per il nostro territorio di grandi imprese ben organizzate che hanno trainato sul mercato anche i produttori più piccoli. L’esempio più evidente è Colle Massari, che negli anni di costituzione della Doc ha messo in funzione un’azienda di 1400 ettari, con 100 ettari vitati e un potenziale ancora enorme. O come Lamole di Lamole, che è fortissima da gran tempo nel Chianti cos’ come lo sono le Tenute Folonari. Prima che arrivassero loro qui di un certo peso c’era solo la Tenuta di Montecucco, che nel 1968 aveva ben riorganizzato i primi 30 ettari di vigneti. Per il resto, allora, c’erano pochi filari a testa”.
E il secondo elemento? “Beh, quello che madre natura ci offre tutti i giorni. Lo so che chiunque le dirà che il proprio territorio è magico. E noi non vogliamo fare eccezione. Ma qui lo è davvero. Perché questi 800 ettari di vigneti di cui s’è detto, sono distribuiti in un territorio collinare molto vasto, dilatato e quindi si trovano piantati su colline ripide o poggi morbidi, in aperto sole, tra i campi di grano oppure tra il fitto delle boscaglie, esposti in tutte le direzioni e ad altezze differenti. Poi c’è il sottosuolo che varia cento volte in poco spazio, merito degli influssi marini antichi, qui il Tirreno arrivava a ridosso delle colline, e degli omaggi di polveri, rocce e lapilli dell’Amiata, che in epoche remote è stato un vulcano attivo. Oggi montagna e mare continuano a portare le loro influenze nell’aria. Dall’Amiata scendono le arie fresche, dal mare risalgono le brezze calde, quasi a orari fissi. Io lo so bene perché lo avverto tutti i giorni, abito su un costone e sento a certe ore che l’aria sa di salmastro, mentre in altre si avvertono i profumi densi del bosco. Il tutto si traduce in escursioni termiche notevoli anche in estate, fino a 10-12 gradi”

SEI TIPOLOGIE DI VINO IN CAMPO
I vini previsti dalla Doc sono: il Montecucco Doc Bianco (con Trebbiano in prevalenza), il Montecucco Doc Vermentino, il Montecucco Doc Rosso, il Montecucco Doc Rosso Riserva, il Montecucco Doc Sangiovese e il Montecucco Doc Sangiovese Riserva. Tutti e quattro i rossi sono, facile intuirlo, con percentuali predominanti di sangiovese. “Per tornare alla voglia di distinguersi”,dice Alessandri, ”grazie alle particolari caratteristiche territoriali e climatiche di cui le ho detto prima, otteniamo un sangiovese più simile a quello che si usa per il Brunello rispetto a quello adottato per gli altri importanti vini toscani. Il sangiovese del Montecucco ha un colore più carico rispetto a quello delle altre zone, più intenso. Profuma di bacche rosse ben mature, e soprattutto è dotato di grande acidità e non c’è niente di meglio per favorire l’invecchiamento dei vini. Anche il Vermentino ha caratteristiche aromatiche notevoli. Il vitigno ama di solito vivere più sulla costa, ma se Maometto non va alla montagna… voglio dire che qui sono gli influssi marini a risalire con decisione nell’interno. Per quanto riguarda il resto dei vitigni della tradizione, trebbiano e malvasia soprattutto, c’è un utilizzo per affezione, perché erano le uve bianche presenti da sempre”. Il mercato come funziona, al di là dei tempi difficili? “Direi bene. Anche in questo caso aver avuto un passato in cui ci siamo dovuti muovere con una certa lentezza ha avuto vantaggi. Abbiamo visto cosa succedeva in giro, abbiamo valutato le strategie migliori, abbiamo focalizzato meglio. Così le nostre scelte nei vari mercati, regionale, nazionale, estero, sono state sempre graduali. Adesso affrontiamo anche noi il problema di tutti, che non è quello di vendere il vino ma quello di farselo poi pagare. Però i famosi piccoli passi ci hanno permesso di raggiungere posti lontani e anche un po’ di nicchia. Posti dove sanno riconoscere e apprezzare le diversità”.